Materia Forma, un libro
Treviso, 2025
Testo: Arch. Silvia Possamai
In questo periodo storico, che punta alla velocità, la questione del tempo diviene un tema cruciale.
Ci sono processi che non possono essere sintetizzati ma che, per arrivare ad un risultato di qualità, necessitano di cura, attenzione, a volte di cambi di direzione, aggiustamenti, confronto e relazione. Non sempre seguono un’evoluzione lineare: vi sono momenti in cui il tempo sembra dilatarsi e altri in cui si hanno trasformazioni sostanziali veloci e repentine.
Da qui la scelta di provare a raccontare la complessità dell’intera operazione, ciò che sta dietro le quinte, il susseguirsi degli interventi in cantiere, le trasformazioni degli spazi, gli elementi e gli oggetti di passaggio.
Uno sguardo lento per cogliere ciò che di volta in volta accade, cercando di fermare in un solo istante scenari unici presenti nel “qui e ora” e che mai si ripeteranno. Uno sguardo non preconfigurato e standardizzato, ma che si adatta di volta in volta al luogo e al contesto, che cerca di entrare in relazione con lo spazio e, attraversandolo, prova a leggerlo per comprenderlo nella sua essenza più profonda.
Il progetto fotografico si pone come riflessione, mediante immagini e appunti visivi, rispetto alle trasformazioni in corso nel territorio. L’oggetto di indagine, precedentemente sede dell’Ex mobilificio Moretti a Treviso, è dapprima un’architettura dismessa, presenza immobile e dimenticata ma contenente tracce, memorie di una vita passata. Le demolizioni di alcune parti e il loro mutamento sono il segno dello scorrere del tempo che porta inevitabilmente al cambiamento.
Nel contempo, ciò che è rimasto dell’edificio ha in sè stesso una tensione verso ciò che potrebbe essere, potenziale divenire.
Proprio questa tensione potenziale permette di immaginare e ideare un nuovo futuro, nuove forme, nuovi spazi, dando inizio alla fase di progetto e trovando poi concretizzazione nell’azione pratica del costruire.
Il tempo del cantiere, scandito dal susseguirsi delle diverse fasi, ha permesso di avere una nuova percezione degli ambienti interni ed esterni, aggiungendo un’ulteriore stratificazione nella storia dell’edificio.
Da architettura dismessa, inutilizzata e dimenticata, attraverso un processo di trasformazione ritorna ad essere luogo integrato, che vede ripristinato il dialogo con la città con il suo carattere identitario reinterpretato in una nuova veste.
Testo: Carlo Sala
Uno degli aspetti che più sorprendeva i viaggiatori del Grand Tour in Italia nel XVIII e XIX secolo è la straordinaria stratificazione di segni e testimonianze, inerenti a momenti storici differenti, che connaturano i centri cittadini lungo la penisola. Personaggi come Wolfgang Goethe, John Ruskin e Lord Byron rimasero impressionati dal veder convivere le vestigia del passato romano, i sontuosi palazzi rinascimentali e i modesti edifici vernacolari assai più recenti. Tanto lungo le vie, quanto entrando nelle chiese o nei palazzi del Belpaese apprendiamo una lezione fondamentale, la compresenza di stili architettonici e istanze figurative dissonanti che si armonizzano e nel loro dialogo sanno testimoniare i cambiamenti socioculturali avvenuti lungo i secoli. Questo insegnamento non deve essere visto come una mera celebrazione del patrimonio storico, ma come la capacità di quest’ultimo di fungere da dispositivo in cui si innescano le tracce della contemporaneità in una costante evoluzione di forme e idee. La storiografia novecentesca ci ha inoltre suggerito che accanto alle testimonianze e ai prodotti esemplari della storia, l’identità di un luogo si fonda su un tessuto diffuso di lasciti materiali – solo all’apparenza minuti – da preservare perché costruiscono l’ossatura di una comunità e del suo evolversi attraverso la sommatoria di una pluralità di microstorie. Questo sembra essere un principio che ha mosso anche l’intervento di riqualificazione dell’edificio di via Manzoni a Treviso che fino al 2013 ha ospitato l’attività del Mobilificio Moretti. Il progetto, curato dallo studio di Architettura mzc+ (attivo dal 1995), ha intimamente rispettato gli elementi essenziali del palazzo (come le murature perimetrali, i solai e il tetto) per lasciare che il fruitore di domani abbia ancora la possibilità di leggere la ‘vita’ pregressa dell’edificio. Il racconto fotografico condotto da Silvia Possamai (Treviso, 1992) dispiega nel volume tutta una serie di scatti che hanno seguito l’intervento lungo le sue diverse fasi di svolgimento a partire dalle prime immagini dove mattoni e calcinacci sono i muti testimoni di una storia passata che sembra sospesa. Uno dei massimi fotografi del secolo scorso, il francese Henri Cartier-Bresson, sosteneva che «fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge». Questa frase, dai contorni quasi lirici, ci ricorda come tale medium fin dalla prima metà dell’Ottocento sia fortemente legato al tempo tanto sul piano della riflessione teorica, quanto nel tentativo di cristallizzarlo in forma di documento visivo. Nel nostro caso la questione non è più tanto quella di catturare un determinato dato del reale o di assolvere a una funzione prettamente memoriale, ma di usare le immagini per condurre attraverso un processo di metamorfosi del luogo dove lo sguardo possa indagare i segni architettonici di un processo di rinascita secondo un principio di continuità morfologica dell’edificio nel suo assetto globale. Da ormai un quindicennio ci troviamo a confrontarci con una società dominata dall’ipervisione, dall’eccesso di contenuti digitali fruiti in modo rapsodico e più recentemente dall’irruenza delle creazioni generate con l’IA. Silvia Possamai, al contrario, decide di adottare un modo di vedere lento e rarefatto, governato da una coerenza stilistica tra le immagini iniziali e quelle che raccontano un cantiere alla soglia della conclusione: non ci sono degli stacchi netti, delle cesure formali, ma a connotare la visione è sempre una luce naturale, dominata da toni chiari, che sembra suggerire come l’intervento di restauro sia stato un processo, che giorno per giorno si è posto in dialogo con ‘l’organismo’ edificio, secondo una linea di aggiornamento verso la contemporaneità, e al tempo stesso di tutela dell’identità pregressa dove anche i nuovi segni sono consapevoli degli usi passati della struttura. Questa pubblicazione contiene altresì una serie di immagini in bianco e nero che contestualizzano l’immobile di via Manzoni all’interno di un tessuto cittadino pregno di architetture storiche e edifici che testimoniano una vitalità cittadina sul versante contemporaneo a partire dall’edilizia pubblica del dopoguerra con il progetto dell’Istituto Stefanini (1956) di Angelo Tramontini passando per gli edifici di Luciano Gemin e Toni Follina fino ai più recenti interventi di B+B, Demogo, MADE Associati e Zanon Architetti Associati. Infine, se guardiamo retrospettivamente alla tradizione culturale di Treviso, e della sua Provincia, non possiamo non ricordare come molti dei momenti più significativi siano nati in seno a realtà private come fondazioni, gallerie d’arte, associazioni, gruppi di mecenati e collezionisti o sotto l’impulso di aziende e banche del territorio che hanno svolto un ruolo sussidiario offrendo alle persone vere e proprie forme di welfare culturale diffuso. Nell’ultimo decennio a livello nazionale si è rafforzata la tendenza che vede la nascita di sempre più spazi privati aperti ai linguaggi della contemporaneità, specie nei centri di piccole o medie dimensioni privi di istituzioni di natura pubblica votate a indagare i temi del presente. L’Italia è ormai scandita da un policentrismo culturale, dove spesso nella provincia si innescano dinamiche creative dense di libertà che sanno intercettare le istanze più profonde della fase storica che stiamo vivendo. Se Treviso e il suo territorio circostante si possono fregiare di aver visto lungo il Novecento l’attività di artisti – da Gino Rossi e Arturo Martini – e letterati -_ da Giovanni Comisso a Andrea Zanzotto _ di capitale importanza, è fondamentale che oggi si creino luoghi capaci di presentare i frutti di una cultura attuale in continua evoluzione. Nella sua nuova vita, una parte dell’edificio, ora ribattezzato Spazio Moby, sarà votato a proporre eventi legati alle arti figurative, alla formazione e alla musica in una città, carica di istanza da esprimere, che ha bisogno di luoghi dove le persone possano fruire eventi, dibattiti e scambi di idee.